Una vittoria larga che profuma di sconfitta. Per l’Europa, che ostinatamente ha pensato al tavolo delle trattative come al bancone degli imputati e per la stessa Grecia, che prova da subito a rilanciare il negoziato dopo averlo bruscamente e unilateralmente interrotto, dimenticando che non basta la volontà di un popolo a giustificare la scellerata gestione finanziaria e sociale del proprio Paese.
Il referendum è strumento democratico importante. Peccato Tsipras lo abbia indetto in modo strumentale, agendo sulla leva della rabbia e della paura prima che dell’orgoglio nazionale. Hanno votato due greci su tre, un voto storico che va al di là del caso specifico. Per la prima volta l’Europa esce sconfitta politicamente. Un “no” bruciante che in troppi si affrettano a indirizzare alla Merkel, ma che invece è da suddividere tra molti.
Cosa accadrà domani, alla riapertura dei mercati? Cosa si diranno la cancelliera e Hollande, l’asse di ferro europeo che appare ora indebolito, ma non per questo deciso a cedere? Quali mosse Draghi si inventerà, ancora una volta, per evitare il default di un Paese e di un sistema? Quale sarà la reazione di Obama, azionista di peso del Fondo Monetario, preoccupato che la Russia sia pronta a sostenere la ribellione del governo di Syriza?
Sono tutte domande importanti, ma forse manca quella decisiva: in questa settimana di stallo la situazione della Grecia è ulteriormente peggiorata, le banche rischiano seriamente di non riaprire e la popolazione non potrà cibarsi di orgoglio. Fino a che punto è giusto mettere in ginocchio una comunità che si è ribellata, ma che non potrà avere all’infinito altre decine di miliardi di euro dei cittadini europei per colmare un pozzo senza fondo?
Le misere speculazioni personalistiche dei politici di casa nostra, da Grillo a Salvini, da Fassina a Brunetta non sono ciò che l’Italia dovrebbe mostrare in momenti come questi. Purtroppo non è con i tweet o le gite con bandiera che si affrontano questioni di tale portata. Così come non ci è piaciuto il “distacco” con cui il Governo ha seguito la vicenda, a partire dal semestre di presidenza. Se siamo usciti dal tavolo decisionale è anche e soprattutto per colpa nostra.
Ma al di là delle polemiche interne resta l’amarezza e la preoccupazione per la sconfitta pesante che in un certo senso l’Europa si è autoinflitta, sottovalutando l’iniziale crisi greca, non suggerendo in modo esplicito la strada maestra del rigore abbinato allo sviluppo, come accaduto in Irlanda, Portogallo e Spagna. La Grecia sembrava troppo piccola, con il suo 2% di peso di Pil, per preoccupare la grande Europa, ma così non è stato.
Adesso non bisogna perdere occasione per rilanciare il dialogo e dare alla Grecia una altrettanto forte lezione di democrazia europea. Nuovi aiuti potranno essere stanziati solo di fronte alla volontà reale di far parte della UE da parte dei greci, del suo governo e del suo leader. Se Tsipras, Varoufakis e i loro sodali populisti pensano di aver vinto, con questa battaglia, la guerra contro il “mostro” di Bruxelles, anche questo referendum sarà stato inutile.
Lelio Alfonso – Italia Unica



