Ofi Foggia: Casa Sollievo della Sofferenza non è solo una vertenza sindacale. È il simbolo di un modello che non regge più

Ogni volta che Casa Sollievo della Sofferenza entra in crisi, il dibattito pubblico si concentra su un punto specifico: il contratto, i lavoratori, lo scontro tra direzione e sindacati. È comprensibile, perché il lavoro e i diritti non sono mai una questione secondaria. Ma fermarsi lì significa guardare il dito e non la luna. La verità è che la crisi di Casa Sollievo è molto più antica e profonda, e riguarda il modello di governance e di finanziamento su cui l’ospedale si regge da decenni.

Casa Sollievo nasce come opera carismatica, voluta da Padre Pio e sostenuta nel tempo da un legame forte con il Vaticano. Questo legame ha garantito prestigio, attrattività e per anni anche una sorta di “protezione morale” che ha reso difficile una valutazione laica e rigorosa della sostenibilità economica. Tuttavia, il Vaticano non è mai stato un gestore diretto dell’ospedale nel senso industriale del termine. Non risponde dei debiti, non copre le perdite strutturali, non interviene con capitali propri. Il suo ruolo è più simbolico e istituzionale che operativo. E questo crea un vuoto: un ente enorme, con funzioni da grande policlinico, che però non è né pienamente pubblico né realmente privato.

Negli anni Casa Sollievo ha già attraversato più crisi finanziarie, tutte risolte nello stesso modo: con l’intervento della Regione Puglia e del Servizio Sanitario Nazionale, attraverso anticipazioni, rinegoziazioni, accreditamenti confermati o rafforzati. In pratica, quando il modello non regge, interviene il pubblico. Questo pone una domanda che oggi non può più essere elusa: è giusto che la Regione continui a salvare un sistema che, ciclicamente, dimostra di non stare in piedi da solo?

Nel panorama nazionale esistono grandi ospedali privati convenzionati che funzionano diversamente. Strutture come il San Raffaele o l’Humanitas hanno un assetto proprietario chiaro, una governance manageriale definita, investitori che rispondono delle perdite e beneficiano degli utili. Sono privati fino in fondo, pur operando dentro il SSN. Casa Sollievo, invece, vive in una zona grigia: privata quando si tratta di decisioni interne, pubblica quando si tratta di coprire i buchi.

In questo contesto, pensare che la soluzione sia cambiare contratto ai lavoratori è illusorio. Non perché il tema contrattuale non conti, ma perché non è lì che nasce il problema. Nessun contratto può compensare un modello economico sbilanciato, una governance opaca e una dipendenza strutturale dal finanziamento pubblico senza un reale controllo pubblico.

La Regione Puglia, dal canto suo, si trova in una posizione difficile. Casa Sollievo è un presidio sanitario fondamentale per il Gargano e per una parte rilevante del Mezzogiorno. Lasciarla fallire avrebbe un impatto sanitario e sociale enorme. Ma continuare a intervenire senza pretendere un cambiamento profondo significa rinviare il problema e renderlo ogni volta più grande.

Per questo è legittimo porsi una domanda scomoda: ha ancora senso mantenere Casa Sollievo in questa forma? Una delle ipotesi, spesso considerata un tabù, è l’ingresso di un vero soggetto privato, con capitali, responsabilità e obblighi chiari. Vendere, o aprire a una partnership industriale, non significa “svendere” un simbolo, ma riconoscere che la sanità moderna richiede strutture solide, trasparenti e sostenibili. In alternativa, l’altra strada sarebbe una vera integrazione nel sistema pubblico, con un controllo diretto e una gestione coerente con il SSN. Continuare a stare nel mezzo non è più un’opzione.

La crisi attuale dovrebbe essere l’occasione per dire con onestà che il problema non sono solo i conti di quest’anno, né il contratto applicato al personale. Il problema è aver trasformato un’opera nata con una missione spirituale in una macchina sanitaria gigantesca senza dotarla di un modello adeguato a reggerla. Finché questo nodo non verrà sciolto, Casa Sollievo della Sofferenza continuerà a tornare ciclicamente in emergenza, chiedendo ancora una volta alla Regione e ai cittadini di pagare il prezzo di un equilibrio mai trovato.

Giulio Conticelli

Presidente dell’Ordine dei Fisioterapisti della provincia di Foggia

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