La tragedia delle foibe in Istria ha segnato anche la Capitanata

II dramma delle foibe ha toccato anche la Capitanata. La pagina orribile scritta nella seconda guerra mondiale ai danni degli italiani in Istria ha segnato non poche famiglie foggiane, che hanno avuto i loro cari – militari, agenti, insegnanti, religiosi, funzionari e impiegati dello Stato – sacrificati nel folle disegno di pulizia etnica e politica alla base delle orribili stragi compiute dai partigiani di Tito. Si svolsero in due fasi, prima nel settembre 1943, fino all’arrivo delle truppe tedesche e della Repubblica Sociale, poi nella primavera 1945. Migliaia di nostri connazionali vennero gettati nelle cavità carsiche, le foibe, senza distinguere tra fascisti e antifascisti, per eliminare possibili avversari in vista della creazione di un governo totalitario slavo. Furono i primi esempi di pulizia etnica alla jugoslava, che in Istria ha colpito gli italiani, anche se non si potrà dire quanti, perché le stime divergono, da poche migliaia, secondo gli slavi, a ventimila, secondo fonti di destra. Tra le vittime, certamente due cerignolani: Francesco Alfieri, militare, classe 1892, arrestato dagli slavi a Fiume nell’agosto 1944. Scomparso. Santo Panebianco, 31 anni, funzionario di polizia a Gorizia, fermato il 3 maggio 1945. Scomparso. Svaniti nel nulla, fagocitati dall’odio dei “titini”, che avevano occupato le zone dell’Istria e del Triestino, amministrate e abitate in maggioranza dagli italiani. Sono i nostri desaparecidos, incarcerati, torturati, massacrati, occultati in cavità naturali del territorio carsico. “Infoibati” vuoi dire gettati nelle grotte a pozzo, con una pallottola in testa – quando andava bene – o anche vivi, tanto sarebbero morti nella caduta o di fame.

 

 

 

 

E dopo il 1945, quanti non furono assassinati vennero indotti a fuggire: la maggior parte, e questo è positivo, anche se si trattò di un esodo drammatico. Trecentomila dovettero lasciare la terra istriano dalmata, abbandonando città, paesi case, appartamenti, beni, averi, i defunti nei cimiteri. Quello che di lacerante e di intenso si verificò per le famiglie e per ciascuno di quegli individui, bambini compresi, è ben rievocato in un volume-documento di Anna Malavasi, carpigiana, e Marino Piuca, istriano, pubblicato da Aliberti: “I gatti di Pirano. Dal mare istriano al Campo di Fossoli”, 304 pag. 16 euro. È agghiacciante la lettura di quelle pagine di odio etnico contro gli italiani attraverso la testimonianza di un bambino ed una breve antologia di “brani letterari e storici che affiancano, ampliano e spiegano i temi affrontati – le situazioni, i paesaggi, i sentimenti – e uno spaccato di vita degli anni del dopoguerra”. Lo sottolinea nella prefazione Lorenzo Bertucelli, presidente Fondazione ex Campo di Fossoli, il villaggio San Marco, ex Polizei und Durchgangslager per oppositori politici ed ebrei, che dal 1955 al 1970 ospitò in Emilia – Fossoli è una frazione di Carpi – numerose famiglie di profughi giuliani, istriani e dalmati. Da Pirano, sul mare, ai campi profughi di Trieste fino alla piatta campagna emiliana, le angosce di “chi hanno vissuto l’esperienza dell’esodo, dilaniati tra passato e presente. Il distacco dalla terra natale, il difficile inserimento in diverse regioni d’Italia, alla ricerca di risposte razionali a tanti dubbi e domande”.

Fonte Agenzia Stampa 2008

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